Francesco Maria Colombo

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La più bella - Francesco Maria Colombo
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La più bella

La prima foto (1878) glie la scattò, nientemeno, Paul Nadar: aveva 3 anni, era una bambina dallo sguardo intenso e dalla frangetta bionda. A 8 anni, un certo Gouplo la fissò abbandonata su una poltrona, con la gonnellina e le calze corte, e le gambe accosciate una di fianco all’altra: sguardo di inquietante erotismo, effetto complessivo alla Lewis Carroll (o alla Nabokov). Ottant’anni dopo (1964), la ritrasse per Vogue, emozionato come un bambino, il grande Cecil Beaton: il profilo sinistro (il suo preferito: la maggior parte delle fotografie di sempre la ritraggono così) è ancora stupendo, nobilmente delineato; la mano accarezza il mento con la grazia di un’adolescente.

Cléo de Mérode è stata la prima icona fotografica nella storia: e forse l’unica a non doversi appoggiare ad alcunché di “esterno” (il cinema, che fonderà il mito di Louise Brooks, di Greta Garbo, di Grace Kelly, di Audrey Hepburn, di Sophia Loren; o la moda; o gli scandali). Cléo fu semplicemente se stessa: una ballerina dell’Opéra di Parigi, una professionista nemmeno troppo dotata che lavorò fino ai cinquant’anni nel repertorio classico e alle Folies Bergère, e in numerose tournée in Europa e in America. Rispetto alle altre ballerine era diversa: non veniva dal “ventre di Parigi” ma era figlia di una baronessa (Vincentia de Mérode) e di un gentiluomo austriaco dell’alta società cosmopolita, che non la riconobbe. Era timida, introversa, ma anche semplice e schietta: non aveva nulla della sfrontatezza seduttiva delle compagne di fila. Ci sono foto nelle quali le ballerine si rilassano in camerino fra una scena e l’altra: senza più grazia, sciatte, volgari; Cléo è sempre composta ed elegantissima, se ne sta sola, legge un libro. Non le importava nulla di far carriera nel demi-monde: non era una cortigiana e la sua popolarità dava fastidio alle grandi cortigiane come Liane de Pougy, che in un dimenticabile roman à clef  intitolato Les Sensations de Mlle de La Bringue (1904) la ritrasse quale “Méo de la Clef”: “Cette demoiselle de La Clef personnifiait l’amour sans le faire”. Non passava da un letto all’altro, come era costume e chance sociale per tutte le ballerine. Sentiva profondamente l’amicizia, si legò affettuosamente a Sarah Bernhardt, il suo mito, e all’adorabile Reynaldo Hahn, il grande musicista amico di Proust. Si vestiva in modo accurato, elegantissimo e mai sfarzoso, il suo sarto preferito era Jacques Doucet. Ebbe due grandi storie d’amore: c’est tout.

Il suo talento era la sua bellezza. Nient’altro. Chiunque la vide ridefinì per sempre la propria unità di misura della bellezza femminile. Era irresistibile: e tuttora, quando i canoni sono cambiati per l’azione invisibile ma tenace del tempo e delle mode, il suo ovale, il profilo sublime del naso, la grazia corrucciata della bocca (che fa quasi sempre pensare al sorriso suggerito e “negato” della Gioconda), e soprattutto gli occhi verdi (verdi persino in bianco e nero!) e il suo sguardo inaggettivabile, sono sconvolgenti. Jean de Tinan le dedicò un Essai sur Cléo de Mérode. Peter Altenberg, uno scrittore e flâneur viennese che io amo moltissimo, la descrisse nei Märchen des Lebens come “un paradigma della forza estetica, che prende la foggia di un’individualità per consegnare al mondo il genere eccezionale della tua espressione artistica”. Paul Klee la cita più volte nei suoi Diari: “Cléo de Mérode, senza dubbio la più bella donna che si possa vedere. Tutti conoscono la sua testa. Ma bisogna aver visto dal vivo il suo collo. Sottile, piuttosto lungo, liscio come bronzo, non troppo mobile, dai legamenti fini, i due legamenti vicini allo sterno. Questo sterno e la clavicola sfocianti sul torace nudo. Il suo ventre strettamente fasciato, per armonizzarsi bene con le parti nude…” (6 marzo 1902)…

E così altri milioni di persone. La sua statua di cera era esposta al Musée Grevin, lo splendido quadro che le dipinse Boldini fece furore. Ma soprattutto la fotografia la rese una dea, perché le foto di Cléo de Mérode venivano riprodotte e viaggiavano (come calendari, cartoline postali, illustrazioni) in tutto il mondo. Non era mai successo, nella storia umana, in nessuna civiltà, che l’immagine di una donna potesse raggiungere gli occhi di così tante persone in tutti i continenti, e stabilire l’illusorio e perturbante contatto che è l’essenza medianica della fotografia (“in ogni fotografia”, scrive Roland Barthes, “avviene il ritorno di chi è morto”). I grandi fotografi non amavano Cléo, perché non potevano manipolarla. Chi la fotografò infinite volte fu Léopold Reutlinger, un nome che non è rimasto. Lei è sempre lì, allo stesso modo, con il sorriso della Gioconda, con i capelli divisi à bandeaux secondo l’estetica romantica completamente fuori moda nel suo tempo, con la sua posa statica, inespressiva eppure magnetica, verginale eppure erotica, incapace di dir nulla eppure indicatrice di qualcosa oltre il tempo e lo spazio: fotografata allo stesso modo migliaia di volte, riprodotta in infiniti esemplari. Sono pochissime le fotografie in cui Cléo sorride, schiude la bocca, si muove (esiste per altro un breve stralcio dei film di cronaca Gaumont d’inizio del secolo che la ritrae, ma la tecnica di ripresa non consentiva la fluidità dei movimenti): e sono incantevoli. Durante una tournée in Svezia si lasciò fotografare scherzando con la camera, o posando in modo spiritoso, coi guantoni da boxeur davanti ai giornalisti: forse è stata l’unica volta. E incantevoli erano le sue lentiggini, che illuminavano di vita e di realtà la sua eterna icona: si vedono in qualche prova di stampa, poi diligentemente ritoccata.

Due volte fu vittima del gossip (vittima, e non munificata: far scandalo non era quel che cercava), nel 1896, a ventun anni, nello stesso anno in cui vinse un concorso fotografico di bellezza cui parteciparono tutte le più grandi attrici. La prima volta fu quando il vecchio Re del Belgio si innamorò di lei vedendola danzare nei balletti di Aida. E’ incalcolabile il numero di articoli di giornale e caricature che furono dedicati alla liaison, vera o presunta. Il Re Léopold da quel momento in poi divenne, per tutto il mondo, il Re Cléopold. La seconda volta fu quando uno scultore per il quale aveva posato (pare) a mezzo busto, ne rivelò lo sconvolgente corpo nudo (il vitino di Cléo misurava 44 centimetri) in una statua eroticissima, La danseuse, esposta al Salon des Champs-Elysées. Più volte Cléo scrisse ai giornali, con il suo stile modesto e gentile, per dire “non sono io”: ma ormai era fatta. Nel 1922 una “Cléo de Paris”, impersonata da May Murray, comparve in un film di Robert Z. Leonard, Peacock Alley: Cléo fece causa per impedire la distribuzione in Francia della pellicola. Nel 1950 Simone de Beauvoir là menzionò fra le “etère” in Le deuxième sexe: Cléo la citò in giudizio e vinse. Ma il mito si stacca sempre dalla persona che lo genera, vive di vita propria, si diffonde senza controllo, prende dimora in un tempo smisurato: e, a differenza della persona, non muore.

All’apice del successo, Cléo si stabilì in un bell’appartamento parigino, in Rue de Téhéran. Si legò stabilmente con lo scultore e diplomatico spagnolo Luis de Perinat, autore fra l’altro della bellissima statua eretta sopra la tomba di Cléo e della madre, al Père Lachaise. Non si sposò mai, non ebbe figli. Nel 1955 pubblicò le sue memorie, Le ballet de ma vie, riedite in Francia nel 1992. Le ho lette e sono una testimonianza fresca e spesso divertente non solo dell’epoca, ma di una personalità semplice senza essere superficiale. A Parigi dimorò sino alla morte, il 17 ottobre 1966, a 91 anni. Mi dà le vertigini pensare che c’è stato un breve momento in cui sulla terra c’eravamo, vivi, sia lei sia io.