Francesco Maria Colombo

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La ninfomane e il talismano - Francesco Maria Colombo
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La ninfomane e il talismano

Il film più atteso del 2014 (lo era? lo è? io ho visto una versione in streaming, nelle sale non è ancora uscito) si chiama Nymphomaniac. Perché così atteso? 1. Perché il regista Lars Trier (il von se l’è aggiunto lui) ha fama di artista originale e provocatore (un po’ come lo era Fassbinder ai suoi tempi). 2. Perché il tema è la ninfomania e per un tema simile non c’è bisogno di comunicazione e marketing. 3. Perché in Italia nessuno lo voleva distribuire (contiene molte scene hard). Film scandalo per i benpensanti e censura scandalo per i più aggiornati.

La storia è molto semplice: Regno Unito, oggi. Un signore anziano esce di casa in una sera di pioggia e trova una donna ferita e dolorante, a terra in una strada. La ospita a casa, e lei si mette a raccontare la sua vita, segnata dalla ninfomania con tutto il cursus honorum e la via crucis che ne conseguono. La cornice non fa mai parte del plot, funge da ricapitolazione e digressione; tranne che negli ultimi due minuti, in cui succede qualcosa che vorrebbe essere un colpo di scena, ma che in realtà (purtroppo) era prevedibile già dalla prima mezz’ora (il film dura 4 ore).

In quattro ore si fa in tempo a cambiare idea più volte. All’inizio ero molto scocciato. Il signore anziano contrappunta la storia della ninfomane con una serie di considerazioni numerologiche, filosofiche, teologiche, musicologiche, di una banalità sconcertante. La serie di Fibonacci, la polifonia di Bach, la citazione freudiana del bambino come essere perverso polimorfo sono un catalogo della cultura in pilloline, un intonaco di cultura sotto quale ci sono muri di cartone (che si intravedono eccome). Ma soprattutto la serie di avventure sessuali di Joe (la protagonista) inanella episodi didascalici che sembrano la versione hard delle inimitabili avventure di Rocambole che leggevo da bambino. Ad ogni stazione è facilissimo prevedere la stazione successiva: il rimorchio sul treno, il capufficio competitivo, il cretino che non sa di far parte del catalogo e lascia la moglie per trasferirsi da Joe, i colpi di frusta e di frustino eccetera eccetera eccetera, in una litania di perversioni e di algolagnie che chiunque abbia avuto una vita sessuale un po’ varia conosce perfettamente. Più la colonna sonora con la Sonata di Franck che ritorna puntuale e il Requiem di Mozart messo lì grossolanamente (Trier aveva già fatto strame del Preludio del Tristano in un suo film precedente). Più la citazione sonora (Shostakovich) di Eyes Wide Shut. Più la citazione visiva di Melancholia. Più un bel po’ di scene in cui la camera balla narcisisticamente su e giù.

Ma… ma detto così sembra un film non riuscito. E’ invece un film di grande valore (non è un capolavoro nel senso in cui Viridiana o L’Atalante lo sono; ma è un film importante) perché la banalità didascalica (che arriva a perle imbarazzanti come “The secret ingredient to sex is love” o “If you have wings, why not flying”) è la forma di una narrazione che ha per contenuto se stessa: e cioè la banalità coattiva e ripetitiva della vita di una sex addict. Per questo il film, che pure ha spesso un tono di umorismo delizioso, crea una spirale narrativa in cui forma e contenuto coincidono: e questa spirale scende, scava, ferisce, sconvolge l’interiorità dei personaggi, ne tocca i nervi e li fa gridare. Il racconto di Joe va dalla notte all’alba, ma mentre il sole batte il suo primo raggio su una parete di mattoni noi siamo precipitati nel mistero del dolore.

Io ho conosciuto un certo numero di donne con un’addizione seriale al sesso, più un paio di ninfomani nel senso “clinico” della parola. Le scene di perversione che si vedono nel film io le ho viste, e più volte, nella vita: tutte: e in tutti i casi, come nel caso di Joe, il meccanismo è sempre quello: desiderio, appagamento, senso di colpa, volontà di sprofondare da cui rinasce il desiderio, appagamento, senso di colpa, e così via in una infinita sequela di ripetizioni. Una delle donne alle quali sono stato più vicino nella mia vita mi ha detto un giorno: “Lo sai che cosa è per me il sesso? Lo schifo, lo sporco. E la necessità e il piacere di immergermi sempre più a fondo in quello schifo”. Nella scena più forte del film, Joe dirà a un gruppo di riabilitazione cui tenta di aderire: “I’m not like you. I am a nymphomaniac, and I love myself for being one, but above all, I love my cunt and my filthy, dirty lust”.

Come Trier arrivi a questa dolorosa complessità non so: per quattro ore vediamo cose prevedibili, ascoltiamo dialoghi per lo più moralistici, non ci facciamo mancare niente (compresa la lievitazione e le apparizioni nel momento dell’orgasmo). Eppure tocchiamo in modo sempre più profondo quel luogo, invisibile perché gli occhi lo rifiutano (la sessualità della ninfomane è una sensualità cieca, in cui la visione ha una parte minima), in cui il bisogno primario di ciascuno di noi chiama insieme violenza, dolcezza, innocenza, crimine, egoismo, dedizione, e a tutto ciò dà la forma, in sé ovvia, della copulazione. Forse il modo in cui tutto questo si invera è la qualità della recitazione: Trier è riuscito a spremere da un gruppo di attori bravissimi una qualità straordinaria di identificazione e di connotazione. Tutti, persino i comprimari, recitano con un’evidenza e una intensità senza pari: Charlotte Gainsbourg e Jamie Bell più di tutti.

All’inizio del proprio racconto, Joe dice all’anziano signore che l’ha raccolta: “I’ll have to tell you the whole story. And it will be long. And moral, I’m afraid”. La dimensione di apologo morale è sempre presente: perché la radice della dipendenza sessuale è il senso di colpa e perché le conseguenze di essa producono sempre fenomeni, chiamiamoli così, anti-sociali (nessuna delle donne più o meno ninfomani che ho conosciuto aveva la fedina penale del tutto pulita). Ma paradossalmente il film arriva a una forma di pietas che ne è l’esito più alto. Gli erotomani (come, in tutt’altro ambito, i seduttori) si fiutano da lontano, si riconoscono, si chiamano: non possono, alla fine, che prendersi per mano e discendere nel gorgo oscuro. In una scena terribile, Joe tortura un uomo portando alla luce il suo segreto nascosto, la sua perversione più abietta (non dico quale). Gli distrugge la vita, e quando lui si è completamente scoperto lei gli si avvicina e lo porta al piacere: “I suppose I sucked him off as a kind of apology”. Quell’uomo e quella donna non sono più, a quel punto, due solitarie maschere tragiche. Si sono sfiorati, si sono capiti. Adesso per loro valgono i versi di Montale:

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un’anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.